L’ultimo saluto nella cultura induista non è visto come una fine, ma come un passaggio fondamentale nel ciclo dell’esistenza. Questo è un rito millenario, che viene tramandato da generazioni. Per certi versi è molto diverso dai nostri “funerali”, ma si possono riscontrare alcuni elementi di continuità.
In questo articolo esploreremo le fasi del rito funebre induista, un percorso spirituale volto a liberare l’anima (Atman) dal corpo fisico.
Il significato del passaggio: la reincarnazione e il Samsara
Alla base del funerale induista c’è la fede nel Samsara, il ciclo continuo di nascita, morte e rinascita.
La morte fisica rappresenta il momento in cui l’anima si spoglia del corpo vecchio per assumerne uno nuovo, a meno che non abbia raggiunto il Moksha, la liberazione definitiva. Per questo motivo, il rito funebre (Antyesti, l’ultimo sacrificio) è volto ad aiutare l’anima nel suo distacco dai legami terreni.
L’atmosfera, pur nel dolore, è intrisa di una profonda sacralità e speranza nel cammino spirituale del caro estinto.
La preparazione del corpo: purificazione e vestizione
Tradizionalmente, il corpo del defunto rimane nell’abitazione fino al momento della cremazione. I familiari procedono con il lavaggio rituale, solitamente utilizzando una miscela sacra di acqua, latte, miele e yogurt, simboli di purezza.
Il corpo viene poi avvolto in teli bianchi (colore del lutto e della purezza per l’Induismo); in caso di donne sposate, può essere utilizzato un telo rosso.
Vengono spesso applicati dei segni di sandalo sulla fronte e posizionate ghirlande di fiori profumati, come i gelsomini o le rose, per onorare il corpo che ha ospitato l’anima.
Il rito della cremazione: il ritorno agli elementi
La cremazione è il fulcro del funerale induista. Secondo la dottrina, il corpo è composto dai cinque elementi: aria, acqua, fuoco, terra e spazio.
Attraverso il fuoco, l’anima viene restituita a questi elementi originari. In Italia, e quindi anche nell’area di Bologna, i riti vengono adattati alle normative vigenti presso i poli crematori locali.
Solitamente è il figlio primogenito o il parente maschio più prossimo a guidare le preghiere e, simbolicamente, ad avviare il processo, recitando mantra sacri che invocano la pace per il defunto.
Il periodo di lutto e il rituale dello Shraddha
Dopo la cremazione, inizia un periodo di lutto che dura solitamente dai 10 ai 13 giorni. Durante questo tempo, la famiglia osserva restrizioni alimentari e si dedica alla preghiera.
Il tredicesimo giorno si celebra lo Shraddha, un rito fondamentale in cui vengono offerte palline di riso e latte (Pinda) per nutrire l’anima nel suo viaggio verso il mondo degli antenati.
Questo momento segna la fine del lutto stretto e il ritorno della famiglia alla vita quotidiana, con la consapevolezza di aver compiuto il proprio dovere filiale e spirituale.

